Avrei voluto cominciare il racconto del nostro tentativo di ascesa del Gran Paradiso nel solito modo goliardico e leggero ma, dopo aver letto questo articolo, non me la sento. C’eravamo anche noi e, quando c’è stato da decidere in un momento, abbiamo deciso di scendere e di portarci via da lì. Eravamo a 3970 metri, ancora poco e saremmo stati in cima …. ma in cima a cosa? al rischio di non riuscire a tornare? Cosa vuol dire essere in cima? A volte vuol dire essere razionale e capire che la rinuncia non è una sconfitta, ma solo l’opportunità di un altro tentativo …. ci si crea l’opportunità che, altrimenti, potrebbe non esserci più.
Siamo partiti domenica mattina alle 5 dal Rifugio Chabod e il tempo sembrava promettere qualcosa di meglio rispetto a quanto fatto vedere il giorno precedente anche se nuvole nere rendevano l’alba ancora più scura…
ci siamo legati e abbiamo cominciato il cammino sul ghiacciaio del Laveciau consci del fatto che, se il tempo fosse peggiorato, saremmo tornati indietro dopo 10 metri … 100 metri … sulla schiena d’asino… sulla Becca di Moncorvè… o dove avremmo ritenuto opportuno… comunque indietro.
Tra una foto ai crepacci e una sorsata di tè, ormai freddo, siamo arrivati alla schiena d’asino … col sole e molto vento … abbiamo fatto una piccola pausa notando che da sud stava arrivando una perturbazione … molto bassa e densa … abbiamo proseguito.
In dieci minuti la situazione è cambiata radicalmente … le nuvole hanno avvolto tutto … tutto era bianco … la paura di perdere la traccia era forte e abbiamo dovuto decidere in un attimo … andiamo avanti, magari passa? …. scendiamo al Vittorio Emanuele? …. intanto la situazione peggiorava …. e non sto parlando di minuti ….
Abbiamo preso la decisione, sono certo, più giusta …. dietrofront da bravi soldatini e giù molto rapidamente …. il vento era forte e un misto tra ghiaccio e neve ci sferzava la faccia come motociclisti in autostrada col casco aperto quando piove (e so bene di cosa sto parlando!!!) … chi non ha mai provato una bufera in montagna non può capire quanto sia disorientante … cammini… affondi… traballi … non devo pestare la corda! …. peso sui talloni e quadricipiti che urlano come e più del vento… dai, dai usciamo da qui! … zuppi …. tuoni e lampi nella nebbia …. a 3500 metri non ti consentono nessun pensiero positivo … se non quello che … “cazzo, ci meritiamo un bel piatto di pasta in rifugio” … tensione e freddezza si alternano al ritmo del cuore … dov’è la traccia!? …. di qua non c’è niente! … è lì! … mi sembra di vedere i segni della picozza! … in certi momenti, il vedere un’ombra di uomo a pochi metri dà molto più piacere che una certezza di donna a pochi centimetri…
Intanto i metri passano … i muscoli bruciano… il sorriso si allarga tra le nuvole … siamo quasi giù!! dai ragazzi, manca poco! … siamo fuori … è fatta … siamo sul nevaio … e la nebbia si dirada … piove e siamo fradici … come qualsiasi cosa intorno e dentro di noi …
Poi è arrivata la pasta del rifugio … poi vorrei raccontare i momenti divertenti del viaggio e dei miei compagni: Massimo, Mauro e Gianfranco … ma non ci riesco.
Ci sarà un’altra opportunità …
Un forte abbraccio alla famiglia dell’alpinista scomparso.

Luglio 10, 2008 alle 3:50 pm
Complimenti per la decisione ad abbandonare a pochi metri dalla vetta. Elena
Luglio 10, 2008 alle 5:00 pm
grazie, è stata una decisione saggia…
Luglio 11, 2008 alle 3:10 pm
la montagna infuriata è indomabile, solo la rinuncia a volte consente un’altra chance…